martedì 16 marzo 2010

PD Bologna: serve un cambio di passo. Adesso!

Chi dovesse leggere questi miei pensieri potrebbe ricavare l’idea che siano il frutto di sentimenti di avversità verso la dirigenza della forza politica a cui sono rivolti.
Voglio rassicurare che non è affatto così!
Sono invece convinto che l’unico modo per evitare (forse) la fine prematura dell’esperienza del PD sia proprio quello di abbandonare ogni forma di reticenza e compiere una analisi spietata di questi primi due anni e mezzo di vita del nuovo partito.
Ma  ricapitoliamo con ordine.
Estate-autunno 2007; nasce il progetto nazionale e si apre la fase costituente del Partito Democratico.
La risposta dell’elettorato di centrosinistra è veramente forte e convinta ovunque, ma a Bologna più che altrove.
Qui, oltre alla tradizione, si cerca evidentemente di mettere a valore dentro il nuovo contenitore politico quella cultura della partecipazione democratica che, sul fronte amministrativo, comincia invece a manifestare serie criticità a causa dell’impostazione e di qualche eccesso di supponenza che caratterizzano l’azione di governo della giunta Cofferati.
Inizio 2008; si costituiscono gli organismi dirigenti e, qui, emergono i primi problemi.
Contraddicendo clamorosamente la voglia di innovazione registrata nelle primarie, i cosiddetti “uomini forti” dei partiti fondatori, ma in particolare quelli ex Ds, mobilitano gli eserciti dei fedelissimi per garantirsi l’elezione di organismi facilmente controllabili, che non mettano dunque in discussione la stabilità degli equilibri interni e delle relative posizione di comando.
Che vuol dire, anche, la garanzia di un sostegno acritico all’amministrazione Cofferati che, invece, qualche serio problema di relazione con la città lo sta ponendo.
Autunno-inverno 2008; dopo il lungo e altalenante periodo di incertezza sulla sua ricandidatura, Cofferati annuncia la propria decisione definitiva e si va alle primarie per la scelta del nuovo candidato sindaco.
La scelta di un candidato “ufficiale” del Partito -mai dichiarata così esplicitamente ma evidente a tutti per i sostegni altolocati che lo accompagnano per tutto il percorso- e la “conseguente” gestione delle primarie, lasciano dubbi e perplessità.
Ma si va avanti, con tutti i livelli dirigenziali del PD che esaltano la prova di democrazia messa in campo e la qualità del candidato prescelto.
Tutto, però, in un contesto di forte autoreferenzialità, perché la grande maggioranza dei bolognesi rimane piuttosto indifferente e, anzi, all’avvio della campagna elettorale vera e propria dimostra di non conoscere il candidato Delbono!
All’inizio della campagna elettorale, siamo nella primavera 2009, succede qualcosa di politicamente interessante: il tentativo (infantile e maldestro, per la verità) di rimozione totale dell’esperienza Cofferati dalla memoria dell’elettorato.
In questa operazione sono impegnati in molti; primo fra tutti il nuovo candidato sindaco, che deve peraltro incassare alcune secche stroncature dello stesso Cofferati, ma anche diversi esponenti della stessa amministrazione uscente, compresi coloro che ne erano stati tra i più ferrei paladini.
Nella stessa direzione sono impegnati pure autorevoli dirigenti del partito che però hanno già scelto di indirizzare i loro destini politici lontano da Bologna.
È una strategia che vorrebbe allontanare dalla dirigenza del PD ogni responsabilità riferita alla gestione Cofferati, ma che invece proietta una immagine di trasformismo che allontana dalle urne enormi fette di elettorato.
Le divisioni dell’altro schieramento politico, quello di centro-destra, completano l’opera sul piano della perdita di credibilità dei cittadini verso la politica, ma costituiranno il fattore determinante di aiuto al centrosinistra per vincere le elezioni.
Con una maggioranza, però, che se calcolata in termini aritmetici sull’intero bacino elettorale, non sarebbe affatto tale!
Infatti risulterà di pochi punti superiore al 33% degli aventi diritto.
Una vittoria politica, pertanto, che a volerla giudicare per quello che è oggettivamente, risulta da subito molto fragile.
Ma che incontra, in modo piuttosto esplicito, il plauso e la disponibilità di quei “poteri” cittadini che non avevano mai trovato la giusta sintonia nell’interlocuzione con Cofferati.
Con qualche defezione dal coro all’atto della costituzione della squadra degli assessori, quella della CGIL, per esempio.
E qualche mal digerito dispiacere dell’Idv, per un inaspettato sgarbo subìto!
Poi succede quel che sappiamo: dopo soli sette mesi dall’elezione il nuova sindaco è costretto a dimettersi.
Dimissioni tardive decise probabilmente a seguito di forti pressioni della casa madre, il PD, ma con un ruolo decisivo in tutto ciò di Antonio Di Pietro.
E, per il Comune di Bologna, arriva il primo commissariamento della storia.

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Da questa ricostruzione sommaria si evince abbastanza agevolmente come nelle due fasi che hanno caratterizzato la ancora giovane vicenda del PD bolognese, questi non abbia mai saputo, o voluto, distinguere la propria identità da quella dell’Amministrazione in carica.
Salvo due eccezioni: il maldestro tentativo di “rimozione” dell’esperienza cofferatiana sul finire del suo mandato; la presa di distanza del Segretario Provinciale De Maria dal cosiddetto Comitato dei Saggi voluto da Delbono.
Decisamente poco per una forza politica che avrebbe dovuto specchiare la propria identità nel radicamento territoriale!
Ma, d’altra parte, l’impressione è quella che un tale stato di cose sia emblematico di una condizione di debolezza oggettiva del partito a Bologna, dovuta alla presenza di un livello di potere sopra la stessa Federazione, che da tempo decide le sorti politico-istituzionali della città attraverso logiche più informali ed esclusive: quelle dei “caminetti”.
Le dimissioni del Sindaco hanno messo in crisi questo sistema, rischiando peraltro di renderlo evidente a tutti.
La scelta dei vertici del partito, per fronteggiare la crisi più grave che la città abbia mai dovuto vivere, pertanto, è stata quella di formalizzare l’affiancamento del segretario regionale alla segreteria della Federazione bolognese.
Qualcuno lo definisce, senza troppi giri di parole, un commissariamento!
Funzionale, soprattutto, a tenere il più possibile al riparo dagli effetti di questa vicenda il candidato del PD alla Presidenza della Regione e quel livello di potere informale sopra richiamato.
Ritengo lecito, ragionevole, esprimere il dubbio che non si sia trattato della scelta più appropriata.
Perché non solo non aggiunge forza alla debolezza nella quale è stato tenuto il partito locale ma, per quanto possa apparire come la più rassicurante per la contingenza delle elezioni regionali, determina disorientamento e rischia di consegnare all’imminente congresso territoriale un PD disarticolato sul fronte interno e privo di una credibile strategia di rilancio.
Inoltre, nell’immaginario collettivo, questa scelta tende a focalizzare sulla sola Federazione bolognese l’intera responsabilità di quanto avvenuto.
Ma sappiamo che non è così, che le responsabilità del “caso Bologna” investono l’intera scala gerarchica del partito.
È una condizione, dunque, che può indurre arrendevolezza, o rassegnazione, in chi resta comunque deputato a portare il partito di Bologna a congresso nel prossimo mese di aprile.
Ed è lecito chiedersi se la linea del basso profilo seguita in questa fase dalla Federazione bolognese non possa già sottintendere anche la presenza di tali sintomi.
Allora, poiché le vicende bolognesi che hanno generato il presente stato di crisi politica e di disamore dell’elettorato sono riconducibili a responsabilità precise come detto, di ordine collettivo, sarebbe logico che la struttura di Bologna recuperasse immediatamente la pienezza delle prerogative statutarie ed il livello di autonomia che gli competono, per avviare una fase congressuale, priva di reticenze, aperta ad un confronto vero su tutto quanto ha connotato i primi due anni e mezzo del PD a Bologna e non mediata preventivamente in merito ai relativi esiti conclusivi.
L’atteggiamento di ciascuno dovrebbe però essere imperniato sulla ricerca di una sintesi politica che scaturisca dalla comune volontà di basare il confronto sui principi della responsabilità, della trasparenza e della lealtà, nonché sulla consapevolezza che nessuno possa ritenersi garantito a priori.
Occorre il coraggio di aprirsi davvero ai sentimenti profondi che animano l’elettorato in questo momento.
Occorre l’umiltà di ascoltare le persone e di staccarsi sia da quella ostinata autoreferenzialità che ha contagiato oramai tutto il ceto politico che dalle mere logiche di gestione del potere, se si vuole davvero provare a riaccendere le speranze deluse.
Occorre discutere e adottare regole nuove, pienamente coerenti con questi principi, per governare un partito che sia e resti veramente in sintonia con la società che vuole rappresentare.
Bisogna avere il coraggio di esporsi alla eventualità democratica della sconfitta, sapendo che vi sono sconfitte che possono aprire prospettive più ampie, più corrispondenti al bene comune.
Occorre cioè mettere in atto una sorta di vera e propria rivoluzione, se non si vuole spegnere miseramente la breve esperienza di un Partito che, nell’accezione vera del termine democratico, in realtà non è ancora nato.
Una rivoluzione di cultura politica che non è certo perseguibile attraverso tentativi di mero ricambio generazionale.
Vanno sì assicurati spazi al ricambio delle generazioni, attraverso graduali processi di trasferimento della conoscenza politico-sociale e di crescita progressiva di nuove autonomie culturali, di una rinnovata dimensione etica e morale.
Ma una classe dirigente nuova non si può inventare nello spazio di poche settimane.
Questo può avvenire solo con la valorizzazione e l’esaltazione della dialettica interna, se alimentata da un leale ed arricchente confronto sulle diversità e animata da sincero spirito costruttivo.
A Bologna tocca a chi oggi è investito della responsabilità politica avviare con forza, nel congresso, l’indispensabile percorso di innovazione culturale, dimostrando di aver colto la giusta lezione che, sempre, deriva dagli errori che si compiono.
Ma occorre investire molto sull’onestà intellettuale, sul coraggio di esporsi e sull’umiltà di accettare i giudizi che verranno.

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