Diceva Voltaire: “quello che si può spiegare in parecchi modi non merita di essere spiegato in nessun modo”.
Ci si potrebbe attenere a questa citazione e chiudere così la partita del candidato unico del Pd alle primarie per la corsa a sindaco di Bologna, scomparso subito dopo la sua formalizzazione in seno agli organismi dirigenti del partito. In quanto “candidato unico” del Pd, intendo dire!
Sì, perché questo è ciò che sta succedendo al candidato di Merola: nato come figlio unico di genitore certo e come d’incanto trovatosi -già al primo vagito- terzogenito di incerta paternità, al fianco di Amelia Frascaroli e Benedetto Zacchiroli già candidati per decisione autonoma, come lo è stata anche per Merola, ma non ratificata dagli organismi del partito.
Ripeto, potrebbe anche valer la pena attenersi alla “regola Voltaire”…se si trattasse di quisquiglie, però.
Ma qui stiamo parlando di un partito e di persone che si candidano a governare la città di Bologna.
Che non è un semplice agglomerato urbanistico. E’ una comunità sociale, economica, culturale; dunque fatta di cittadini intelligenti che hanno il sacrosanto diritto comprendere ciò su cui vengono chiamati ad esprimersi!
Allora bisognerebbe spiegare -possibilmente molto bene- per quali ragioni dopo il ritiro forzato di Maurizio Cevenini, dentro il Pd bolognese (nei suoi organismi dirigenti) si è aperto un confronto serrato che ha visto, all’inizio, scendere in campo le candidature politiche di Virginio Merola, Andrea De Maria e Donata Lenzi con, sullo sfondo, anche Giacomo Venturi, per puntare subito dopo e con forte interessamento anche dei piani altolocati del partito, ad una semplificazione del quadro. Tradotto più esplicitamente, nella dichiarata volontà di arrivare al risultato di una candidatura unica del Pd!
A ciò hanno lavorato alacremente, nell’ordine: l’Esecutivo del 7 novembre, la Direzione provinciale dell’8, il Coordinamento cittadino del 14, l’Assemblea cittadina del 15 e l’Assemblea cittadina del 20.
Quest’ultima assise, apertasi alla presenza del responsabile nazionale Zoggia e con le sole due candidature nel frattempo rimaste (Merola e De Maria), ha poi preso atto di una avvenuta “trattativa” che ha portato De Maria a ritirare la propria disponibilità per convergere su Virginio Merola. E si è chiusa con la “benedizione” di quest’ultimo in quanto unico candidato del Pd; con piena e manifesta soddisfazione di tutti i massimi dirigenti del partito.
Stando così le cose, riesce molto complicato far comprendere le ragioni che oggi spingono la dirigenza del Pd a sostenere che in queste primarie non esistono candidati di partito, che tutti i candidati sono uguali. Oppure è irrimediabilmente (e tristemente) semplice: l’esperienza pugliese, quella più recente di Milano ma, soprattutto, l’identità ancora troppo nebulosa di questo partito nonché la scarsa fiducia nei propri mezzi di attrazione verso l’elettorato, porta il gruppo dirigente a mettersi al riparo dalla responsabilità di scelte delle quali in caso di esito negativo potrebbe essere, del tutto naturalmente, chiamato a rispondere.
Ma questo atteggiamento costituisce un grandissimo problema per il Pd perché, prima o poi, la prova verità deve essere affrontata a viso aperto, anche e maggior ragione a Bologna, dopo tutto ciò che è successo in questi ultimi tempi.
C’è un punto del quale la dirigenza democratica dovrebbe prendere atto definitivamente: nella società moderna la categoria dei creduloni(*) non esiste quasi più e quelli eventualmente rimasti, lo sono perlopiù per convenienza!
(*) Il credulone è un individuo che non sa capire la realtà e preferisce affidarsi a interpretazioni altrui; è privo di spirito critico, avendo rinunciato a usare il proprio cervello. Il credulone è incline ai facili entusiasmi, a credere subito in ciò che sembra essere positivo, non fa nessuno sforzo per stabilire se è realmente positivo. Sposa una causa senza scorgerne le contraddizioni.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento