domenica 13 marzo 2011

La generazione di Renzi "chiede" potere. Dobbiamo darglielo!


C'era il pieno delle grandi occasioni qualche giorno fa a sentire Matteo Renzi che presentava il suo libro ala Scuderia di Piazza Verdi, a Bologna.
Pubblico eterogeneo per orientamento politico e per età.  Molti giovani, ma non solo.
Entusiasmo in sala però anche più di un perplesso, tra i militanti democratici presenti. Ma questa non è una novità.
Invece penso che il  fenomeno "Renzi" apra un capitolo di riflessione che dice molte cose sullo spirito di conservazione che, di fatto, ha bloccato ogni possibilità di innovazione del pensiero politico della sinistra riformista italiana in tutti questi anni.  Impedendone così la crescita di una salutare spinta innovativa e di modernizzazione, magari nascondendo tale spirito conservatore dietro forme di giovanilismo che hanno generato una cultura deleteria e controproducente per tutta la sinistra.
Oggi il messaggio culturale portato avanti da Renzi -certamente con le sue modalità comunicative, per nulla convenzionali; come è giusto che sia!- è in realtà molto importante e profondo e, per questo, va ascoltato e assecondato.
In buona sostanza dice che c'è una generazione, la sua, che intende assumersi la responsabilità del governo della sinistra prima di tutto, ma anche di quello del Paese  per dare a questa generazione la possibilità di affermare una cultura politica diversa da quella dominante di oggi.  Si dice perciò che sarebbe un rivoluzionario. Ma solo per far passare il concetto destabilizzante del termine rivoluzionario, non quello del cambiamento positivo che ne potrebbe essere indotto
In realtà però la sua non sarebbe proprio una rivoluzione, più semplicemente, direi, una esigenza di avvicendamento che corrisponde pienamente ai normali corsi della vita delle persone come di quella sociale, economica, culturale e politica.
La classe dirigente di oggi è figlia di una generazione di genitori che ha ricostruito il Paese dopo il tragico e disastroso conflitto mondiale degli anni quaranta.
Una generazione di padri e madri che ha fatto la nostra democrazia repubblicana, che ha costruito la rinascita dell'Italia e che, nel tempo, ha gradualmente consegnato le responsabilità nelle mani dei propri figli.
Siamo noi, generazione dei sessantenni di oggi, quei figli!
Tra noi e Renzi purtroppo c'è di mezzo un'altra generazione sopra i quarant'anni che -salvo naturalmente le eccezioni del caso- non ha mai potuto assumersi responsabilità in misura adeguata per divenire anch'essa classe dirigente, perchè glielo abbiamo impedito.
Abbiamo cioè creato un vuoto che la sinistra e il Paese stanno già pagando a caro prezzo: quello di una generazione tenuta ai margini e che per questo, quando ne ha avuto l'occasione, ha solo potuto scegliere di sfruttare per sè la ricchezza ereditata dai propri genitori, non però per dare prosecuzione alla costruzione del Paese e della comunità perchè, appunto, non ha mai potuto essere classe dirigente. Sul piano più strettamente politico, invece, questo elemento costituisce la principale causa di mancanza di ricambio culturale a sinistra, che ha finito per favorire la crescita ed il consolidamento del cosiddetto "berlusconismo" nel nostro Paese.
La responsabilità di questo immobilismo è solo nostra e abbiamo quindi un debito da risarcire.
Renzi, col problema culturale (prima che generazionale) che ha posto e che pone, ci da l'occasione del riscatto morale, oltre che politico.
Per questo penso convintamente che si debba lavorare ad un patto tra la classe dirigente attuale e le generazioni successive. Un patto che abbia la finalità di assecondare la richiesta di passaggio delle  responsabilità dalle mani dei padri a quelle dei figli.  
Negare questa occasione sarebbe un atto contro natura.
Ed è per queste ragioni che Renzi, coi problemi che pone, non deve essere considerato una minaccia ma, piuttosto, una speranza