mercoledì 4 maggio 2011

Quarantanove “orfanelli” chiamati Civis e una classe politica “inadatta” a governare


A Bologna una cosa è assolutamente certa: se qualcuno calcolasse e rendesse finalmente pubblico quanto denaro della collettività è stato gettato al vento dalla seconda metà degli anni ’80 ad oggi per la elaborazione di progetti che però non hanno mai visto nascere nulla di materialmente percepibile dai cittadini, questi ultimi si attrezzerebbero per organizzare -se non una vera e propria rivoluzione- quanto meno una colossale pedata nel sedere a tutta la classe politica della città.
Ne elenco solo alcuni, di questi progetti, limitandomi a restare nel recinto di quelli elaborati per “risolvere” -si fa per dire!- i problemi della mobilità cittadina.
Tra la fine degli anni ’80 ed i primissimi anni ’90, si discuteva e si progettava un organico e capillare sistema di Metropolitana Leggera di Superficie quale pezzo forte di un Piano Traffico denominato Winkler (dal nome del consulente tecnico, tedesco).
Un sistema di trasporto veloce di massa che avrebbe dovuto collegare alcuni tra i principali comuni della cintura bolognese, le principali infrastrutture presenti nel territorio e le periferie cittadine con il centro di Bologna.
Gran bel progetto, costato molti soldi. Parliamo di miliardi di lire.
Solo che all’inizio degli anni ’90 arriva una nuova Giunta al Comune e un nuovo, anzi una nuova assessora alla mobilità alla quale non piace la metropolitana. Le piace di più il Tram !
E allora via, il progetto di metropolitana leggera finisce nel cestino e si parte con un nuovo piano del traffico. Il piano Husler (nome del nuovo consulente, svizzero) che disegna il tracciato della tranvia cittadina. Altri soldi dei cittadini, sempre sull’ordine dei miliardi di lire.
Nel frattempo che la discussione prosegue arriva il ’99 e a Bologna succede un evento clamoroso, storico venne definito. Dopo cinquanta anni cambia la maggioranza politica alla guida della città!
Quel tram non va più bene, però anche per ragioni di ordine tecnico non solo politiche.
Sta di fatto che nasce un nuovo progetto, tecnologicamente innovativo, si dice; questi prevede la adozione di un sistema misto tra un mezzo a guida ottica su gomma -il Civis-  ed una metropolitana interrata. Ovviamente altri soldi per questo progetto e nemmeno così pochi!
In questo caso parliamo già di euro.
A pochissimi mesi dalla fine del mandato amministrativo, siamo alla primavera 2004, si firma il contratto di fornitura per l’acquisto dei nuovi mezzi. Quarantanove filobus (che saranno anche pezzi unici, perché quella fornitura resterà l’unica al mondo!) di nome Civis.
Nel periodo giugno/luglio 2004 si insediano una nuova maggioranza ed una nuova Giunta che, come da copione, cambieranno di nuovo il progetto ereditato da chi c’era prima. E per questo si spendono altri soldi della collettività, naturalmente!
Però questa volta partono anche i lavori, i cantieri del Civis. Prima a San Lazzaro e, dal 2008, a Bologna.
Cantieri che si aprono e, a lavori ampiamente avviati, vengono sistematicamente bloccati dalla Soprintendenza ai Beni artistici e Architettonici che diniega le necessarie autorizzazioni. E non una sola volta, è un continuo stop and go.  Un vero delirio!
Oggi, in questa nuova campagna elettorale, andiamo a scoprire che anche questo progetto non lo vuole più nessuno. Proprio nessuno!
Indistintamente, da quelli che l’hanno pensato e voluto tra il ’99 e il 2004 a quelli che l’hanno modificato e cantierato successivamente.
Sarebbe doveroso, a questo punto, far conoscere ai bolognesi a quanto ammonta la spesa complessiva sostenuta dalla collettività in tutti questi anni -sino ad oggi- per progetti che, rivelandosi o inutili o sbagliati, sono finiti tutti nello stesso luogo: il cestino!
Ciascuno ne trarrebbe facilmente, credo, una doppia morale: a) il Civis, abbandonato da tutti, è divenuto suo malgrado un povero orfanello destinato a restare tale sino alla fine dei suoi giorni;  b) più seriamente, ne uscirebbe un quadretto di amministratori che manovrano/spendono il danaro pubblico in totale assenza di responsabilità e senza quel giusto timore che dovrebbe accompagnare, sempre, l’uso di soldi che appartengono alla collettività.
Conclusione: emergerebbe con desolante chiarezza l’idea di una classe politica totalmente e complessivamente  “inadatta” a governare!  In compenso, però, parecchio costosa…..   

Dopo il 25 aprile 2011…in attesa di quello del prossimo anno!


Da diversi anni la Festa di Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazi-fascista è sottoposta a tentativi strumentali di revisione del proprio significato storico e morale.
La destra berlusconiana -che include anche quella componente politica che non ha mai abiurato sino in fondo la nefasta esperienza del ventennio fascista italiano- sta ripetutamente cercando di inculcare nella memoria di quella ricorrenza due concetti: a) l’idea che tutti i caduti di quella che tra l’8 settembre ’43 e il 25 aprile ‘45 fu anche guerra civile per la liberazione, abbiano combattuto e siano morti per una causa giusta e rispettabile; b) che la ricorrenza del 25 aprile, più che un valore storico fondamentale per la nostra democrazia repubblicana, rappresenti una data cara solo alla sinistra.
Nulla di più sbagliato per almeno tre motivi: 1) in generale la Resitenza ha rappresentato un evento essenziale di ribellione popolare e di aiuto anche alle azioni di guerra delle stesse forze alleate; 2) la lotta partigiana fu sostenuta e svolta da tutte le componenti culturali antifasciste, comprese quelle più moderate e anticomuniste; 3) senza il contributo della lotta di Resistenza l’Italia, anche in termini di significato culturale, non sarebbe probabilmente arrivata a dotarsi di quella forma di democrazia repubblicana e parlamentare della quale, per fortuna, disponiamo ancora oggi.
A Bologna l’On. Garagnani ha ribadito -in buona sostanza- che la ricorrenza del 25 Aprile è una “farsa” che andrebbe abolita perchè, invece, la vera festa di liberazione da ricordare dovrebbe essere quella del 18 aprile 1948. Liberazione dal comunismo, sostiene.
Un’affermazione che, se non fosse perchè offensiva verso un intero popolo, risulterebbe comica!
Invece è purtroppo culturalmente tragica perché per evidenziare la volontà e i tentativi che dopo il 25 aprile caratterizzarono le azioni di una parte degli ex resistenti per collocare l’Italia nell’orbita di influenza comunista, vorrebbe rimuovere dalla memoria degli italiani oltre vent’anni di dittatura fascista e quasi due di occupazione, deportazioni e stermini nazi-fascisti. 
Il 25 aprile rappresenta invece una ricorrenza che nessun sincero e convinto assertore della democrazia può sognarsi di adombrare con affermazioni finalizzate alla rimozione storica e ad alimentare sentimenti di divisione e rancore.
Ogni tentativo in tal senso va considerato moralmente criminale.
Non troverei neppure giusti, però, certi tentativi della sinistra -come quello avanzato dal candidato sindaco del Pd, Merola- di ampliarne ed internazionalizzarne il significato senza prima aver portato piena luce sulle pagine ancora sconosciute ai più! Risulterebbe infatti un modo per passare oltre, per non svelare compiutamente tutte le verità e le responsabilità politico-morali e storiche legate a quella fase del periodo bellico ed ai tre anni successivi.
Perché è innegabile che una parte dei combattenti partigiani comunisti coltivava per il nostro Paese l’orizzonte del socialismo reale. Ed è appurato che una parte di questi non depose affatto le armi dopo il 25 aprile del ’45.
C’è una guerra -solo in parte documentata e raccontata da Giampaolo Pansa- che è ancora sconosciuta alla storia. Una guerra mossa da un movente biecamente ideologico e, comunque, assai cruenta.
Una guerra che dopo il 25 aprile ha visto giustiziare molti “repubblichini”, anche a Bologna. In Via Irnerio a due passi da Porta Zamboni, per esempio!
Ma che ha visto cadere, come vittime, anche tanti ex combattenti per la libertà di orientamento politico, culturale o di fede diversi da quello comunista.
È certamente sbagliato sovrapporre questa “guerra” ai valori ed al significato della Resistenza ma, oggi, sarebbe altrettanto sbagliato mantenere il silenzio ed una spessa cortina di nebbia sulle responsabilità e gli errori che portarono a tali tragici avvenimenti.
Oggi nel mondo sono cadute le barriere ideologiche e, nella sinistra italiana non c’è più il Partito Comunista. Oggi c’è il Partito Democratico.
Dovrebbe essere interesse di questo partito e della stessa ANPI squarciare il velo del silenzio e portare in luce la piena verità su tutto quel periodo.
Questa sarebbe la vera innovazione necessaria al modo di celebrare la Festa di Liberazione! Aiuterebbe il definitivo compimento del processo di pacificazione e di democratizzazione del nostro Paese. 
Non solo, costituirebbe un atto di verità con effetti straordinariamente efficaci verso la neutralizzazione di ogni forma e/o tentativo di revisionismo storico in merito a ruolo, significato e valori della Lotta di Resistenza.
Soprattutto rappresenterebbe un atto di onestà verso le generazioni successive a quei periodi, che hanno il diritto di conoscere correttamente tutta la verità sulla storia recente del loro Paese.
Una corretta conoscenza da fornire anche in quanto antidoto contro le incombenti distorsioni del pensiero democratico che da tempo vagheggiano e si manifestano in più di un settore della nostra vita politica e sociale.

domenica 13 marzo 2011

La generazione di Renzi "chiede" potere. Dobbiamo darglielo!


C'era il pieno delle grandi occasioni qualche giorno fa a sentire Matteo Renzi che presentava il suo libro ala Scuderia di Piazza Verdi, a Bologna.
Pubblico eterogeneo per orientamento politico e per età.  Molti giovani, ma non solo.
Entusiasmo in sala però anche più di un perplesso, tra i militanti democratici presenti. Ma questa non è una novità.
Invece penso che il  fenomeno "Renzi" apra un capitolo di riflessione che dice molte cose sullo spirito di conservazione che, di fatto, ha bloccato ogni possibilità di innovazione del pensiero politico della sinistra riformista italiana in tutti questi anni.  Impedendone così la crescita di una salutare spinta innovativa e di modernizzazione, magari nascondendo tale spirito conservatore dietro forme di giovanilismo che hanno generato una cultura deleteria e controproducente per tutta la sinistra.
Oggi il messaggio culturale portato avanti da Renzi -certamente con le sue modalità comunicative, per nulla convenzionali; come è giusto che sia!- è in realtà molto importante e profondo e, per questo, va ascoltato e assecondato.
In buona sostanza dice che c'è una generazione, la sua, che intende assumersi la responsabilità del governo della sinistra prima di tutto, ma anche di quello del Paese  per dare a questa generazione la possibilità di affermare una cultura politica diversa da quella dominante di oggi.  Si dice perciò che sarebbe un rivoluzionario. Ma solo per far passare il concetto destabilizzante del termine rivoluzionario, non quello del cambiamento positivo che ne potrebbe essere indotto
In realtà però la sua non sarebbe proprio una rivoluzione, più semplicemente, direi, una esigenza di avvicendamento che corrisponde pienamente ai normali corsi della vita delle persone come di quella sociale, economica, culturale e politica.
La classe dirigente di oggi è figlia di una generazione di genitori che ha ricostruito il Paese dopo il tragico e disastroso conflitto mondiale degli anni quaranta.
Una generazione di padri e madri che ha fatto la nostra democrazia repubblicana, che ha costruito la rinascita dell'Italia e che, nel tempo, ha gradualmente consegnato le responsabilità nelle mani dei propri figli.
Siamo noi, generazione dei sessantenni di oggi, quei figli!
Tra noi e Renzi purtroppo c'è di mezzo un'altra generazione sopra i quarant'anni che -salvo naturalmente le eccezioni del caso- non ha mai potuto assumersi responsabilità in misura adeguata per divenire anch'essa classe dirigente, perchè glielo abbiamo impedito.
Abbiamo cioè creato un vuoto che la sinistra e il Paese stanno già pagando a caro prezzo: quello di una generazione tenuta ai margini e che per questo, quando ne ha avuto l'occasione, ha solo potuto scegliere di sfruttare per sè la ricchezza ereditata dai propri genitori, non però per dare prosecuzione alla costruzione del Paese e della comunità perchè, appunto, non ha mai potuto essere classe dirigente. Sul piano più strettamente politico, invece, questo elemento costituisce la principale causa di mancanza di ricambio culturale a sinistra, che ha finito per favorire la crescita ed il consolidamento del cosiddetto "berlusconismo" nel nostro Paese.
La responsabilità di questo immobilismo è solo nostra e abbiamo quindi un debito da risarcire.
Renzi, col problema culturale (prima che generazionale) che ha posto e che pone, ci da l'occasione del riscatto morale, oltre che politico.
Per questo penso convintamente che si debba lavorare ad un patto tra la classe dirigente attuale e le generazioni successive. Un patto che abbia la finalità di assecondare la richiesta di passaggio delle  responsabilità dalle mani dei padri a quelle dei figli.  
Negare questa occasione sarebbe un atto contro natura.
Ed è per queste ragioni che Renzi, coi problemi che pone, non deve essere considerato una minaccia ma, piuttosto, una speranza

lunedì 28 febbraio 2011

Quel male oscuro che la politica non vuol vedere


Più passa il tempo più la cronaca politico-giudiziaria cittadina pone un interrogativo al quale, prima o poi, le forze politiche dovranno dare una risposta.
L’interrogativo al quale ci troviamo a dover rispondere è molto semplice, quasi banale: Bologna è ancora diversa dal resto dell’Italia?
A giudicare dall’uso dei dossier anonimi e dalle inchieste giudiziarie che ne conseguono con relativa metodica e puntuale fuoriuscita di “indiscrezioni”, si direbbe proprio di no!
Però una differenza rispetto alle inchieste che riguardano ad esempio il nostro premier, per la verità, ci sarebbe.
Qui non si attacca la Procura ma, almeno in apparenza, vi si collabora.
Ma questo atteggiamento, peraltro dovuto, non può costituire l’unica differenza della sinistra rispetto alla linea di condotta nazionale del Pdl e dei suoi alleati.
Perché nella malaugurata ipotesi di qualche rilevanza penale (lo abbiamo già visto con Delbono) questo atteggiamento della sinistra, più…“politically correct”, ha il solo scopo di mantenere formalmente distinte le responsabilità individuali da quelle di ordine politico; anche se poi l’effetto sui cittadini, in realtà, è molto diverso da quello auto-assolutorio dei partiti.
È diverso perché al cittadino onesto ogni giorno è richiesta l’assunzione di molte responsabilità, anche dalla stessa politica: le tasse da pagare, il bilancio familiare, i figli da crescere e da educare, il lavoro che manca, la propria attività da tenere in piedi e, spesso di questi tempi, da ridimensionare o chiudere, etc.
Ecco, questi cittadini, vorrebbero una politica più attenta alla concretezza dei loro problemi, ma anche meno ipocrita di fronte ai propri errori ed alle conseguenti responsabilità che in proposito dovrebbe assumersi.
Proprio come tocca fare a loro, ogni giorno.
E qui, dobbiamo dirlo, a Bologna la sinistra ha difettato.
Particolarmente nell’ultimo anno, ma anche nei dieci e più anni precedenti.
Oggi, sotto l’insidia di “corvi” che rispondono quasi certamente ad una precisa regia e che diffondono dossier ad orologeria, sta rinnovando lo stesso errore, anzi, ne sta commettendo uno ancora più grave.
Quello di non interrogarsi a fondo e senza reticenze sul perché a Bologna stia succedendo tutto ciò, sul perché sia crollata quella capacità di coesione, etica oltre che politica -rappresentata in passato proprio dalla sinistra-, che agiva da antidoto verso ogni forma di inquinamento e/o avvelenamento della politica.
Non ci si interroga, credo, perchè se lo si facesse seriamente emergerebbe con chiarezza quel male oscuro che in tutti questi anni, anche qui, ha contaminato proprio la politica ma che la politica non vuol vedere.
È il male oscuro che si forma -inizialmente in modo impercettibile- con il consolidamento di forme di “consuetudine decisionale” tra politica ed economia, ad esempio, che nel tempo e nella stabilità delle maggioranze subiscono una mutazione: passano cioè da decisioni assunte con lo spirito di corrispondere all’obiettivo del bene comune a scelte, invece, funzionali all’autotutela dei reciproci interessi; cioè di stampo consociativo! Una delle poche giuste intuizioni che Sergio Cofferati aveva percepito sin dall’inizio del suo mandato; devo ammetterlo con sincero spirito autocritico!
Se al consociativismo si aggiungono situazioni di immoralità politica -come quelle che Bologna si è trovata a dover subire- gli argini della coesione e del collante etico saltano e quindi, in mancanza di alternative politiche credibili, si spalancano le praterie sulle quali corvi e dossier si alimentano delle delusioni, dei malumori e delle diffidenze dei cittadini verso la politica.
Penso che proprio da qui nasca quella voglia di “civismo” che da tempo sta albergando tra i cittadini Bolognesi; fenomeno che, peraltro, l’esito  delle primarie del centrosinistra non ha affatto fermato.  
Se i partiti, in questo caso tutti, volessero sul serio avviare un rinnovamento vero, epocale circa il ruolo della politica, dovrebbero semplicemente evitare di chiudersi occhi e orecchie e non solo accettare la sfida del civismo in questa fase, ma favorirne un modello di altissimo profilo, con reale capacità di autonomia, di indipendenza da partiti e gruppi di interesse e, conseguentemente, con la capacità di pensare e progettare sulla lunga prospettiva nell’esclusivo interesse della città.
Sarebbe in questo caso un civismo rigeneratore per Bologna, per il suo futuro e per le stesse forze politiche che, in tal caso, sarebbero chiamate a svolgere un ruolo diverso nel governo della città, ma non per questo meno importante e comunque tutt’altro che marginale.
Un ruolo di ricostruzione della loro funzione di cerniera positiva nel rapporto tra Politica e cittadini-elettori.
Attraverso il messaggio di umiltà connaturato nell’atto di rinuncia dal voler continuare ad occupare per forza la prima fila, dal rimettersi in discussione per rinnovarsi e per ricostituire una nuova dimensione etica della politica nella quale la gente perbene possa tornare a specchiarsi.
E a fidarsi!
Sarebbe un gesto di grande intelligenza e responsabilità che farebbe riguadagnare alla politica credibilità, rappresentatività e autorevolezza; l’unico antidoto davvero efficace per disinnescare il partito occulto dei veleni. Così i corvi smetterebbero finalmente di volare sulla nostra bellissima città.

domenica 13 febbraio 2011

Va bene l’orgoglio di parte, ma Bologna è più importante!


Non c’è nulla da fare, se Cancellieri si candida il panorama politico di Bologna cambierà radicalmente.
Sarà il comportamento degli elettori a farlo mutare.
Dunque s’imporrebbero riflessioni un poco più accorte di quelle che si leggono, da parte dei nostri politici.
Cancellieri dispone di una lunghissima e qualificata esperienza di alto funzionario dello Stato che, qualunque decisione andrà ad assumere, non la porterà mai a diventare espressione di una sola parte politica.
Nel suo modus operandi intendo dire.
Cancellieri non è affatto la “Madonna di S. Luca”, come invece il coordinatore regionale del Pdl ama scioccamente ripetere.
Però è persona che ha saputo proporsi col giusto atteggiamento ad una città stressata dalla lunga concatenazione di errori compiuti dal centrosinistra -particolarmente negli ultimi tre lustri- oltre che “sfregiata” dolorosamente dall’onta della fine traumatica dell’ultima amministrazione.
Se lo abbia fatto anche con il fine di acquisire un consenso da utilizzare eventualmente oggi, non possiamo saperlo, sta di fatto che i bolognesi hanno apprezzato.
Lo affermo dal punto di vista di persona che non si è mai unita al coro degli entusiasti per le sue scelte da Commissario e che, anzi, ha avuto modo di esprimere critiche forti per esempio, su certe decisioni che hanno riguardato il welfare, con la chiusura di alcuni servizi a bassa soglia di accesso.
Ma se non vogliamo essere ciechi e sordi dobbiamo riconoscere che, in generale, l’opinione pubblica pensa molto bene di lei.
E questo è un elemento che potrebbe riportare alle urne moltissime persone che da tempo avevano rinunciato a svolgere la loro funzione di elettori attivi.
Quindi non capisco l’improvvisa levata di scudi dal Pd, da sinistra in generale e neppure da Guazzaloca, contro l’eventualità di una candidatura della Cancellieri!
In fin dei conti dopo questi lunghi anni di “sonno” e di insuccessi amministrativi ci si dovrebbe aspettare, anzi, si dovrebbe auspicare una scossa sul piano politico-amministrativo della città.
Scossa che non è arrivata prima sia per debolezza di chi ha governato che per incapacità di chi è stato all’opposizione.
Avevamo avuto un’occasione, una speranza, agli albori della scorsa estate: la possibilità di una candidatura civica di Lorenzo Sassoli de Bianchi, che però è finita come sappiamo.
Subito passata per le armi dalla parte politica che più di altri avrebbe dovuto favorire quella soluzione, il Pd.
Oggi, per gli stessi motivi che mi portano a considerare un errore molto grave ciò che è avvenuto quest’estate, penso che erigere barricate contro l’ipotesi di una candidatura della Cancellieri non solo possa trasformarsi in un pericoloso boomerang, ma può rivelarsi un danno per la città.
Capisco che qui scatta l’orgoglio di un partito e di uno schieramento che ha scelto il proprio candidato con metodo delle primarie, ma Bologna ed il suo futuro sono più importanti!
E se la Cancellieri dovesse proporsi -come penso farebbe- come vero candidato civico, sarebbe stupido da parte nostra dipingerla come espressione della sola parte politica avversa.
Sarebbe un gradito regalo per la destra bolognese, che acquisirebbe così le probabilità di una vittoria altrimenti impossibile!
In fondo non è proprio il Pd (o anche il Pd) ad invocare un governo di responsabilità per l’Italia?
Perché allora non ragionare sul fatto che qui, a Bologna, la signora Cancellieri è persona che ha la condizione per scombinare le carte di un immobilismo che ha portato la città sulla soglia di una criticità molto forte, sotto il profilo economico, quello produttivo e del lavoro, quello sociale e culturale, nonché della identità futura del territorio e delle sue funzioni che va costruita con la responsabilità e l’ampia condivisione di tutti.
Criticità, queste, che minano pericolosamente anche il senso di comunità dei bolognesi.
Con le barricate non si affrontano questi aspetti, che stanno invece alla base della coesione sociale e dello sviluppo futuro che vogliamo dare a Bologna.
O si è nella condizione di tornare, da parte del centrosinistra, su un’ipotesi civica altrettanto forte quale parrebbe essere quella all’orizzonte in questo momento, oppure meglio cambiare atteggiamento.
Se i partiti fossero dotati della giusta dose di umiltà e di forte senso di responsabilità, rifletterebbero diversamente da come stanno facendo.
E potrebbero scorgere in questa candidatura la possibilità di contribuire in modo utile ed importante ad impostare la progettazione strategica della Bologna dei prossimi trent’anni in un contesto di collaborazione altrimenti complicata, visto il clima politico di questi anni.
Avendo oltretutto la possibilità di ripensarsi profondamente anche sotto il profilo del rapporto tra la politica e i cittadini.
E tra cinque anni ripresentarsi agli elettori con un potenziale strategico e di qualità competitiva decisamente più elevato di quello odierno.   

mercoledì 24 novembre 2010

Cari dirigenti del Pd… permettete due parole?

Diceva Voltaire: “quello che si può spiegare in parecchi modi non merita di essere spiegato in nessun modo”.

Ci si potrebbe attenere a questa citazione e chiudere così la partita del candidato unico del Pd alle primarie per la corsa a sindaco di Bologna, scomparso subito dopo la sua formalizzazione in seno agli organismi dirigenti del partito. In quanto “candidato unico” del Pd, intendo dire!
Sì, perché questo è ciò che sta succedendo al candidato di Merola: nato come figlio unico di genitore certo e come d’incanto trovatosi -già al primo vagito- terzogenito di incerta paternità, al fianco di Amelia Frascaroli e Benedetto Zacchiroli già candidati per decisione autonoma, come lo è stata anche per Merola, ma non ratificata dagli organismi del partito.
Ripeto, potrebbe anche valer la pena attenersi alla “regola Voltaire”…se si trattasse di quisquiglie, però.
Ma qui stiamo parlando di un partito e di persone che si candidano a governare la città di Bologna.
Che non è un semplice agglomerato urbanistico. E’ una comunità sociale, economica, culturale; dunque fatta di cittadini intelligenti che hanno il sacrosanto diritto comprendere ciò su cui vengono chiamati ad esprimersi!
Allora bisognerebbe spiegare -possibilmente molto bene- per quali ragioni dopo il ritiro forzato di Maurizio Cevenini, dentro il Pd bolognese (nei suoi organismi dirigenti) si è aperto un confronto serrato che ha visto, all’inizio, scendere in campo le candidature politiche di Virginio Merola, Andrea De Maria e Donata Lenzi con, sullo sfondo, anche Giacomo Venturi, per puntare subito dopo e con forte interessamento anche dei piani altolocati del partito, ad una semplificazione del quadro. Tradotto più esplicitamente, nella dichiarata volontà di arrivare al risultato di una candidatura unica del Pd!
A ciò hanno lavorato alacremente, nell’ordine: l’Esecutivo del 7 novembre, la Direzione provinciale dell’8, il Coordinamento cittadino del 14, l’Assemblea cittadina del 15 e l’Assemblea cittadina del 20.
Quest’ultima assise, apertasi alla presenza del responsabile nazionale Zoggia e con le sole due candidature nel frattempo rimaste (Merola e De Maria), ha poi preso atto di una avvenuta “trattativa” che ha portato De Maria a ritirare la propria disponibilità per convergere su Virginio Merola. E si è chiusa con la “benedizione” di quest’ultimo in quanto unico candidato del Pd; con piena e manifesta soddisfazione di tutti i massimi dirigenti del partito.
Stando così le cose, riesce molto complicato far comprendere le ragioni che oggi spingono la dirigenza del Pd a sostenere che in queste primarie non esistono candidati di partito, che tutti i candidati sono uguali. Oppure è irrimediabilmente (e tristemente) semplice: l’esperienza pugliese, quella più recente di Milano ma, soprattutto, l’identità ancora troppo nebulosa di questo partito nonché la scarsa fiducia nei propri mezzi di attrazione verso l’elettorato, porta il gruppo dirigente a mettersi al riparo dalla responsabilità di scelte delle quali in caso di esito negativo potrebbe essere, del tutto naturalmente, chiamato a rispondere.
Ma questo atteggiamento costituisce un grandissimo problema per il Pd perché, prima o poi, la prova verità deve essere affrontata a viso aperto, anche e maggior ragione a Bologna, dopo tutto ciò che è successo in questi ultimi tempi.
C’è un punto del quale la dirigenza democratica dovrebbe prendere atto definitivamente: nella società moderna la categoria dei creduloni(*) non esiste quasi più e quelli eventualmente rimasti, lo sono perlopiù per convenienza!


(*) Il credulone è un individuo che non sa capire la realtà e preferisce affidarsi a interpretazioni altrui; è privo di spirito critico, avendo rinunciato a usare il proprio cervello. Il credulone è incline ai facili entusiasmi, a credere subito in ciò che sembra essere positivo, non fa nessuno sforzo per stabilire se è realmente positivo. Sposa una causa senza scorgerne le contraddizioni.

martedì 14 settembre 2010

Il Magnifico Rettore su Bologna e la politica. Spiace, ma non è convincente!

“Un partito che sbaglia uomo salta un giro…”.

Questa affermazione contenuta nell’ormai nota intervista del Magnifico Rettore dell’Ateneo bolognese ha immediatamente catturato consensi importanti tra personalità significative dei due principali schieramenti politici locali.
Di quel partito sono un iscritto, un fondatore e, in ultimo, anche uno che ha sempre cercato di mantenere vivo e libero tutto lo spirito critico verso le scelte che il Pd ha effettuato a Bologna dalla sua nascita ad oggi.
Ho tenuto un profilo tutt’altro che silente e acritico in merito alle scelte amministrative della giunta Cofferati e non ho voluto impegnare un solo minuto del mio tempo per fare la campagna elettorale a sostegno di Delbono.
La combinazione di questi atteggiamenti ha avuto un effetto inevitabile -sostenuto però da una ferma e coerente consapevolezza-, quello di scendere dal carro della politica un minuto prima delle elezioni amministrative dello scorso anno!
Questa premessa per dire che, avendo già saltato un giro (al momento giusto, credo) oggi, in stato di pace con la mia coscienza, posso prendermi la libertà di esercitare il mio diritto di critica….verso l’analisi dotta del Rettore e, anche, verso gli estimatori delle sue esortazioni.

I punti di disaccordo con l’ormai nota intervista, fondamentalmente, sono tre:

1) quella di Cevenini non è una candidatura concepita dal partito;

2) quella del Rettore è una posizione che si inquadra nell’ormai affollato filone dell’antipolitica, perchè manca della necessaria dose di costrutto;

3) la seconda parte dell’intervista indebolisce ogni ipotesi di concreto fondamento a supporto della prima parte.

Vediamo, in ordine, i perché di tali mie convinzioni.

Primo. Cevenini è stato “investito” non dagli apparati, ma dalla convinzione diffusa -direi popolare- che egli racchiuda in sè le caratteristiche ideali per essere il sindaco ideale per la Bologna di questo momento.
Oggi, un candidato sindaco cui la gente assegna il compito principale di riconciliare i cittadini con l’istituzione comunale, di ricostruire quel senso di comunità perduto del quale Bologna ha forte nostalgia.
Il partito sta prendendo atto di tutto ciò, ma non ne è il promotore!

Secondo. Quella del Rettore è una posizione carente della necessaria componente di costrutto, perché il massimo esponente di una Istituzione prestigiosa come l’Università non può limitarsi a evocare Platone per concludere semplicemente, rivolto al Pd,..”saltate un giro, cercate fuori…”.
Dal Rettore Magnifico ci si dovrebbero aspettare richieste e proposte precise per lo sviluppo di sinergie e di strategie di collaborazione tra Ateneo e città.
E su questo sì, esprimere le sue valutazioni sulla idoneità o meno di un candidato.

Terzo. La seconda parte della sua intervista inizia col riconoscere che “oggi siamo al livello più basso della credibilità dell’istituzione universitaria (anche se rivendica all’Università di essere uno dei corpi più sani del Paese) e che il nepotismo è un cancro che umilia l’insegnamento e taglia le gambe ai giovani…”.
Afferma poi, e di questo gli va dato merito, di essere impegnato a lavorare per la parte migliore.
Se così è, però, il Rettore conferma comunque che il declino non costituisce più soltanto una malattia della politica, ma annida i suoi effetti anche in altri importanti comparti della società civile, compresa l’istituzione da lui presieduta.
Questo suo onesto riconoscimento, dunque, indebolisce di molto anche l’esortazione a cercare i migliori fuori dai partiti, perché neppure lì ci possono essere garanzie assolute!
D’altra parte l’ultimo sindaco di Bologna aveva provenienza dal mondo universitario; abbiamo visto com’è finita!